La festa dell’Incontro

Mercoledì 20 luglio alle 21.00, il Parco dei Giardini (via Arcoveggio 59/8) ha ospitato il gran finale de La Scena dell’Incontro: una festa durante la quale suoneranno dal vivo Paranzammiscata, Cico Sound Loco e Sole Africa, con cibi dal mondo a cura di Swing Curditalia, massaggi, grazie alla partecipazione della Scuola di Shiatsu Araba Fenice, e animazioni per bambini a cura del Dipartimento Educativo MAMbo. Naturalmente non è mancato il teatrobus nelle sue vesti di libreria viaggiante, allestito grazie a Serendipità Editrice. E’ stato inoltre proiettato il film esito del laboratorio di cinema documentario con Madame Fatou Kande Senghor.

La Scena dell’incontro al Baraccano

Sabato 16, domenica 17 e lunedì 18 luglio alle ore 21.30 presso il Cortile del Piccolo Teatro del Baraccano nell’ambito della rassegna La Scena dell’Incontro saranno in scena La Stagione delle piogge di Teatro dell’Argine/Takku Ligey Théâtre/Compagnia Mosika e Nessuno può coprire l’ombra di Takku Ligey Théâtre. A seguire incontro con le compagnie.

La stagione delle piogge
uno spettacolo di Pietro Floridia; con Victorine Mputu Liwoza, Judith Moleko Wambongo, Babacar N’Diaye, Serigne N’Diaye; scene di Gabriele Silva; costumi di Cristina Gamberini; video di Alicja Borkowska; musiche eseguite dal vivo da Malick Kaire Gueye; co-regia di Mandiaye N’Diaye

La stagione delle piogge è il risultato della collaborazione tra il Teatro dell’Argine, la compagnia Mosika (Congo) e la compagnia Takku Ligey fondata in Senegal da Mandiaye N’Diaye, grande attore senegalese, a lungo protagonista del Teatro delle Albe.

«La stagione delle piogge  è uno spettacolo tutto africano. Nasce dall’avere attraversato e lavorato per mesi in vari paesi africani raccontando tutto in diretta sul blog Teatro in viaggio lungo la rotta dei migranti. Una parte del cast è senegalese, l’altra parte congolese. Vi si racconta di un diluvio, reale e metaforico, che sta sommergendo il mondo rendendolo tutto uguale, facendo scomparire le differenze sotto un unico manto di acqua. Vi si racconta della resistenza di una donna e di due topi, dei loro tentativi di fuggire all’infuggibile, di inventarsi alternative per non essere spazzata via. Vi si racconta di un’Africa vittima sì di una invasione di logiche e modelli culturali occidentali, ma che sa esprimere anche antidoti inaspettati scarti, salti, invenzioni radicali che noi non conosciamo più. Ecco, per me, l’Africa può essere questo. Un serbatoio di possibilità altre, una gigantesca Arca di Noè stivata di uomini di tutte le epoche, di tutte le civiltà, di persone spesso non ancora addomesticate e deformate dal progresso, non ancora indebolite dal vivere urbano. Eppure proprio oggi anche quell’immensa riserva rischia di appiattirsi, per eliminare le sue interne diversità. Le cause sono sempre le stesse: razionalizzazione, regole del mercato, logica dei commercianti, espressione spesso di un modo di pensare che appartiene alla nostra civiltà. Qualcosa mi risuona dentro e mi fa pensare ad un vicolo cieco. Mi fa pensare ad un mondo imprigionato in logiche da cui non riusciamo a liberarci, in formule, etichette, parole ripetute così tanto da divenire esauste, senza più vita. Mi fa pensare alle nostre vite spesso bloccate, incarcerate dentro alternative che in realtà non sono alternative perché non hanno il coraggio di essere radicali, di mettere in discussione le regole del gioco, le premesse implicite su cui poggia questa nostra fineciviltà. Fineciviltà che mi fa pensare al diluvio, a qualcosa che pervade della stessa materia ogni anfratto che filtra in ogni dove, che contagia ogni ambito a cui sottrarsi pare impossibile (o forse ci si sottrae proprio attraverso l’impossibile?) se non chiamandosi fuori esiliandosi fuori (chissà che non sia questo il valore del viaggio, del non esserci?) oppure praticando il fuori in una zona di eccezione talvolta (ma a che prezzo?) chiusa, impermeabile, stagna come un’arca che in fondo altro non era che un carcere galleggiante…» (Pietro Floridia).

Nessuno può coprire l’ombra
di Marco Martinelli e Saidou Moussa Ba; con Abdou Lahat Fall, Moussa Gning, Mor N’Diaye; regia di Mandiaye N’Diaye

Un tappeto, tre attori e alcuni tamburi: grazie a Nessuno può coprire l’ombra i teatri europei si possono trasformare in un cortile africano, così come un cortile africano può diventare un teatro italiano. Uomini di diversa provenienza dialogano attraverso i linguaggi più semplici e immediati, quelli delle favole dell’antica tradizione messe in scena sul palco. Questo è il motivo per cui Mandiaye N’Diaye ha deciso di riallestire lo storico e fortunato spettacolo del Teatro delle Albe Nessuno può coprire l’ombra, facendolo interpretare dai giovani attori del Takku Ligey Théâtre dopo circa vent’anni dal primo debutto sulle platee internazionali.  

INGRESSO GRATUITO – INFO: 051.6270150 – info@itcteatro.it – www.itcteatro.it

Gli ultimi, vite fuori dal coro

Martedì 12 luglio, presso le Librerie Coop Ambasciatori di Bologna, si è tenuta la presentazione del libro “Gli ultimi, vivere fuori dal coro” di Pino Petruzzelli, ed. Chiarelettere, nell’ambito delle iniziative di Molteplicittà.

“Gli ultimi che intendo – scrive l’autore – sono persone che riescono a capovolgere le sorti di una vita in apparenza compromessa.” Solitari ma non soli. La dignità prima di tutto. A volte provocano, a volte possono disturbare, ma è la loro semplicità che può dar fastidio. La semplicità è una dote difficile da conquistare, diceva Chaplin.

Petruzzelli accompagna il lettore in un viaggio lungo dieci anni. Incontri sorprendenti come quello con uno degli ultimi beduini che ancora vivono nel deserto del Negev, o con Zeidan, muratore palestinese che si è guadagnato da vivere costruendo il muro della vergogna che separa Israele dai Territori palestinesi.

Fuori dal coro c’è il guardaboschi amico di Mario Rigoni Stern che difende la montagna e la sua cultura, il maestro d’ascia di Lampedusa che conduce una battaglia solitaria contro l’inquinamento, e molti altri. Non sono perdenti né vincenti. Loro hanno scelto altre regole del gioco.

Pino Petruzzelli da anni vive e lavora a Genova dove dirige il Centro Teatro Ipotesi. Attore e regista, ha scritto per Chiarelettere NON CHIAMARMI ZINGARO (2008), testo che ha portato anche in tournée in tutta Italia. Il suo ultimo lavoro per il teatro è un monologo dedicato alla figura di Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco tra i protagonisti della resistenza al nazismo.

Paola Borgna e la clandestinità

Martedì 5 luglio, nell’ambito di Molteplicittà, presso le Librerie Coop Ambasciatori, si è tenuta la presentazione del libro di Paolo Borgna “Clandestinità (e altri errori di destra e di sinistra)” ed. Laterza; l’incontro è stato moderato da Silvestro Ramunno.

Un fenomeno epocale come le nuove migrazioni verso l’Europa poteva essere l’occasione per una scommessa straordinaria: ragionare su una cultura della legalità, coniugata con il principio di solidarietà, collegare i comuni doveri con la capacità di estendere i diritti e di includere nuove popolazioni. Si poteva fare, di questa scommessa, l’orizzonte dell’Europa del futuro. Si poteva fare ma non si è fatto. La nostra ampia e confusa normativa sugli stranieri è sbagliata. È inefficace, non raggiunge gli obiettivi che si propone. Produce ingiustizia. È forte con i deboli e debole con i forti. Basta leggere cosa è accaduto ad Angela, moldava che voleva fare la badante; Hamid, marocchino, baby pusher; Abdel, egiziano e giardiniere clandestino.

Noi abbiamo in Italia un fenomeno di clandestinità troppo esteso – conferma l’autore –  a causa di una normativa sugli ingressi troppo farraginosa e lenta, che condanna alla clandestinità anche a chi non vuole esserlo e avrebbe le condizioni per emergere. L’errore della sinistra è stato quello di non aver saputo scindere la solidarietà verso gli immigrati dalla criminalità, l’errore della destra è stato quello di cavalcare il senso di insicurezza della popolazione in termini di consenso dando solo risposte declamatorie come l’introduzione del reato di clandestinità”.

Paolo Borgna è magistrato a Torino dal 1981. Tra il 2001 e il 2003 ha lavorato a Bruxelles, come esperto di criminalità transfrontaliera, al Patto di stabilità per il Sud Est Europa. Attualmente è procuratore aggiunto nel capoluogo piemontese e coordina il gruppo di lavoro Sicurezza urbana. Per anni si è occupato di tratta degli esseri umani. È autore di vari saggi sulla giustizia.

Sicurezza e lavoratori immigrati

Sicurezza sul lavoro e immigrazione. Più conoscenza, cultura, impegno e responsabilità.
Questo l’oggetto del confronto promosso da Fondazione Unipolis e Fondazione Alma Mater nell’ambito di Molteplicittà che si è tenuto martedì 5 luglio alla Facoltà di Economia, fra ricerca accademica, esperienze imprenditoriali e lavorative.

Le statistiche sono impietose e rivelano una situazione ancora più drammatica all’interno di quadro già di per sé molto grave: a fronte di una, pur lieve, diminuzione degli infortuni sul lavoro, crescono quelli di cui sono vittime i lavoratori immigrati. Al fenomeno contribuiscono vari fattori. Da un lato, i lavoratori stranieri sono impiegati in attività e settori maggiormente a rischio, dall’altro esistono notevoli difficoltà di tipo socio-culturale (la lingua e la comprensione delle normative) e comportamentale.

È a partire da questi dati di fondo che la Fondazione Alma Mater e la Fondazione Unipolis, entrambi promotori del “Tavolo salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”, hanno deciso di approfondire la questione della sicurezza per quel che riguarda, in maniera specifica, la sicurezza dei lavoratori immigrati.

All’incontro, coordinati dal giornalista di Redattore Sociale Mauro Sarti, sono intervenuti  Alvise Benelli, Medici Senza Frontiere, che ha illustrato le condizioni di vita e di salute dei lavoratori immigrati irregolari impiegati in agricoltura, Domenico Berardi e Ilaria Tarricone dell’Università di Bologna, che hanno illustrato le correlazioni fra patologie mentali e incidentalità fra i lavoratori immigrati impiegati in agricoltura, Domenico Perrotta, Università di Bergamo che ha illustrato le condizioni di migrazione e di lavoro dei rumeni impiegati nel settore edile.  I risultati sono poi stati discussi con Guido Dealessi, Direttore Personale e Organizzazione Manutencoop e Walter Dondi – Direttore Fondazione Unipolis, seguite da testimonianze di associazioni, lavoratori e imprenditori stranieri.

Materiale  | workshop
Prof. Domenico Berardi – Università di Bologna
Prof.ssa Ilaria Tarricone – Università di Bologna
Guido Dealessi – Direttore personale e organizzazione Gruppo Manutencoop
Alessandro Filoni – Associazione Sokos  

5 luglio 2011 | Ansa
Più incidenti immigrati, a Bologna si studia il perchè